Scamarcio, povero emigrante nel nuovo film di Costa Gavras
Presentata alla 59esima edizione del festival di Berlino la pellicola “Eden is West”Di MARIANGIOLA CASTROVILLI
ROMA - C’era una volta, perché di una favola si tratta anche se non necessariamente a lieto fine, Elias (Scamarcio), un bel ragazzo, di cui s’ignora la provenienza, che parla una lingua inventata con i suoi compatrioti in fuga su una carretta del mare da un Paese non meglio identificato. Intercettati dalla guardia costiera greca, alcuni si gettano in acqua, tra cui Elias, l’unico che sopravviverà nuotando per un’intera notte verso la riva, dove c’è un villaggio di naturisti.
Braccato dalla polizia di frontiera, prima in tenuta adamitica e poi in mezzo alle situazioni più incredibili, da facchino/idraulico a oggetto di appetiti sessuali del capo villaggio a quelli di una vacanziera tedesca con famiglia ad Amburgo e di una contadina allevatrice di polli, riuscirà questo Ulisse all’inverso ad integrarsi, trovare un lavoro e raggiungere Parigi?
Questo il soggetto dell’ultimo film di Costa Gavras Eden is West, che ha chiuso in bellezza il festival di Berlino ed uscirà in Italia il 6 marzo con Medusa. Bella prova di Riccardo Scamarcio, che in tutto il film dirà una dozzina di battute. Scamarcio 14 giorni fa a Berlino aveva detto che l’inter-pretazione di Elias gli aveva dato l’opportunità di confrontarsi con un ragazzo che non provenendo dall’Occidente, gli ha permesso di scrollarsi di dosso tanti preconcetti e pregiudizi, recitando «quasi come un bambino l’ interessante ruolo di una persona che parla poco. Elias alla fine imparerà che l’Occidente non è esattamente il paradiso in terra che si era immaginato».
Costa Gavras, anche lei, come Elias, è arrivato a Parigi da emigrante politico. C’è qualcosa di autobiografico?
«Non è autobiografico, ma è il mio film più personale. Sono stato anch’io un emigrato cultural-economico. Per Elias ho attinto alle mie esperienze personali perchè conosco bene il dramma di chi deve lasciare tutto quello che ama per avventurarsi verso qualcosa totalmente sconosciuto che gli permetta di sopravvivere».
«Una prova terribile - continua il regista - c’è bisogno di coraggio mentale e fisico, e di una buona dose di intelligenza pratica perché bisogna sapersi arrangiare, ma anche capire e adattarsi a dei modi di vita diversi, senza parlare dell’ostacolo della lingua. La “ville lumière”, città della tolleranza, della cultura, della dolcezza, non è qui poi così innocente. Ed è qui che sono arrivato come una generazione prima erano arrivati i genitori del mio coautore, Jean Claude Grumberg, con cui abbiamo voluto che il film fosse un omaggio ai nostri padri, ai nostri nonni e a quelli della nostra generazione che sono venuti in Francia malgrado le insidie e le tempeste. Eccoli, eccoci».
http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=84607Ps.: mi sembra il solito film dove il naturismo è il pretesto per creare qualche situazione pruriginosa per far cassetta...vedremo.